Nucleare sì, via libera dal Senato

È stato approvato dal Senato il disegno di legge sullo sviluppo (uno dei collegati alla Finanziaria) che prevede entro sei mesi la localizzazione dei siti per gli impianti. Ci pare interessante riportare un articolo del maggio 2007 tratto dal sito www.loccidentale.it in cui Emiliano Stornelli intervista l’ingegner Ugo Spezia, Segretario generale dell’Associazione Italiana Nucleare.

La questione nucleare è di nuovo al centro del dibattito pubblico italiano. L’8 maggio, la Sogin, la società pubblica che si occupa della sicurezza delle centrali e dei materiali radioattivi, ha stretto un importante accordo con la francese Areva per il riprocessamento in Francia di 235 tonnellate del combustibile nucleare presente sul nostro territorio. Con l’ingegner Ugo Spezia, Segretario generale dell’Associazione Italiana Nucleare, cercheremo di approfondire la natura dell’accordo e di comprendere le ragioni per cui è indispensabile che l’Italia rimbocchi al più presto la strada del nucleare per la produzione di energia elettrica.

Quali sono le ragioni che hanno spinto l’Italia ad “esportare” combustibile nucleare in Francia?
L’accordo tra la Sogin e l’Areva riguarda il combustibile nucleare irraggiato rimasto in Italia per effetto della chiusura degli impianti nucleari. Quindi non si tratta di tutti i materiali radioattivi presenti sul nostro territorio, ma specificamente del combustibile nucleare irraggiato, che è il materiale con la radioattività più alta, contendendo il 99% della radioattività prodotta in una centrale nucleare. In Italia non esistono impianti di ritrattamento del combustibile nucleare irraggiato e pertanto non c’erano alternative alla fuoriuscita di questo materiale dal paese. Di impianti di ritrattamento ve ne sono solo quattro al mondo: in Francia, Gran Bretagna, Russia e Giappone. Nel 2004 la Sogin ha lanciato una gara internazionale e a vincerla è stata la francese Areva, uno degli operatori del settore a disporre di un impianto. Di qui la firma dell’accordo.

In cosa consiste il processo cui il combustibile nucleare irraggiato viene sottoposto?
All’interno di un impianto di ritrattamento, il combustibile viene sciolto in una soluzione di acido nitrico; la soluzione viene trattata in modo da separare l’uranio dal plutonio e ottenere una soluzione pari al 97% della quantità del materiale iniziale. Questo 97% rimane nella disponibilità del paese che ha effettuato il ritrattamento e può essere utilizzato per fare del nuovo combustibile da impiegare nella produzione di energia elettrica. Il restante 3% è costituito da scorie ad alta radioattività che vengono disperse all’interno di una matrice di vetro minerale. La matrice di vetro, a sua volta, viene colata all’interno di contenitori d’acciaio, si solidifica e diviene una specie di colonna di vetro. In questa forma viene impedita la fuoriuscita di radioattività nell’ambiente e le scorie rimangono stabili per centinaia di anni.

L’accordo tra la Sogin e l’Areva, tuttavia, prevede che il 3% residuo rientri in Italia entro la fine del 2025. In quali strutture verrà depositato?
Nei paesi in cui gli impianti nucleari sono attivi, i residui del processo di ritrattamento sono conservati in depositi temporanei all’interno delle centrali nucleari, in attesa che vengano costruiti depositi definitivi che sono tuttora allo studio. L’Italia, non avendo impianti nucleari in funzione, non ha neppure i depositi temporanei. Il problema, però, potrebbe risolversi a livello comunitario. La Commissione europea si è espressa recentemente in materia, raccomandando la costruzione di un numero di depositi limitato, sufficiente a soddisfare le esigenze di tutta l’Unione, piuttosto che di un deposito per ogni paese. In questo modo, i paesi che hanno poche scorie da smaltire potranno evitare di costruire un deposito nazionale.

Se sembra profilarsi una qualche via d’uscita per il materiale ad alta radioattività, qual è il punto della situazione per il materiale a bassa e media radioattività?
Il nostro è l’unico paese industrializzato a non possedere strutture di deposito idonee a conservare materiale a bassa e media radioattività. Il materiale a bassa e media radioattività ha tempi di decadimento di circa 300 anni, dopo i quali perde completamente la radioattività e può essere smaltito come un normale rifiuto. Gli accordi presi con i paesi che per noi mantengono queste scorie prevedono il ritorno del materiale in Italia, ma le leggi internazionali ci vietano la possibilità di riesportarlo. Ogni paese, per il materiale a bassa e media radioattività, deve provvedere da sé. Bersani, il ministro dello Sviluppo economico, ha detto chiaramente che “il problema delle scorie deve essere affrontato in tempi brevi”. Rimaniamo in attesa di provvedimenti concreti, ma bisogna agire in fretta. Il problema non è immediato, ma per rendere disponibili questi depositi nel medio periodo è necessario iniziare a lavorare già da oggi.

La commissione Industria del Senato ha approvato il ddl Bersani sulle liberalizzazioni del mercato dell’energia e del gas. Nel corso delle votazioni, due emendamenti della Casa delle Libertà hanno ottenuto la maggioranza, introducendo nel ddl importanti novità. Il primo emendamento impegna il governo a creare condizioni favorevoli all’installazione d’impianti di produzione di energia elettrica mediante carbone pulito ed energia nucleare in Italia e all’estero. Il secondo è volto a determinare, attraverso l’attivazione di negoziazioni e la stipula di accordi internazionali, le condizioni favorevoli per la promozione di società italiane che intendono investire in impianti situati all’estero per la produzione di energia e combustibile nucleare. Il ministro dello Sviluppo, cui ha fatto eco il ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio, si è detto invece contrario a riaprire il discorso del nucleare. A suo parere, l’Italia ha effettivo bisogno dell’energia nucleare?
Per l’Italia la reintroduzione del nucleare è una scelta obbligata da diversi punti di vista. Il nucleare è indispensabile se vogliamo ridurre la nostra dipendenza da risorse energetiche quali petrolio e gas e se di conseguenza vogliamo sottrarci al potere di ricatto che i paesi produttori esercitano in tutti i campi nei nostri confronti. Inoltre, ci troviamo di fronte a un paradosso: quello d’importare energia elettrica generata da reattori nucleari che si trovano alle porte di casa nostra, in paesi come Francia e Slovenia. Il 15-18% dell’energia elettrica che importiamo dalla Francia deriva da combustibile nucleare. A questo punto, in un’ottica di autonomia energetica, non sarebbe più ragionevole che anche l’Italia si dotasse di reattori nucleari? C’è poi il problema dei costi. La richiesta di energia è in costante crescita e nel lungo periodo la bolletta energetica si farà sempre più insostenibile per i consumatori, dai cittadini alle imprese, che devono pagarla. La reintroduzione del nucleare avrebbe l’effetto di alleggerirne il peso a vantaggio di tutti. Il costo dell’energia elettrica generata da reattori nucleari è di gran lunga inferiore a quella prodotta da altre fonti. Basti pensare che il costo dell’energia elettrica prodotta dai reattori nucleari francesi è più basso dell’energia elettrica prodotta in Italia da altre fonti. In particolare, il ricorso alle fonti rinnovabili comporta costi elevatissimi, per di più ingiustificati in rapporto alla loro reale capacità di generare energia.

Se è così, cosa impedisce all’Italia di reintrodurre il nucleare?
Tecnicamente parlando, non esistono elementi ostativi. In ogni momento è possibile comprare un reattore e predisporne l’installazione sul nostro territorio. Il problema semmai è di natura culturale. In Italia, certa propaganda, a partire da una percezione erronea ed esasperata del disastro di Chernobyl, ha diffuso nell’opinione pubblica la fobia della tecnologia, con il risultato che oggi la semplice parola nucleare viene associata a quanto di peggio possa esistere. La differenza tra il nostro e gli altri paesi sta nel fatto che mentre da noi è molto difficile trovare un comune disposto a ospitare un reattore, altrove, in Francia ad esempio, i comuni, attratti dai vantaggi economici, concorrono a decine per ospitare una centrale nucleare nel proprio territorio.

Ma la fobia del nucleare non può trovare giustificazione nella pericolosità che questa fonte di energia porta con sé?
Il nucleare è la fonte di energia più sicura e rispettosa dell’ambiente. Non è un caso se oggi il nucleare è la prima fonte di produzione di energia elettrica in Europa, seguita a distanza dal carbone. Il fatto che ci sia un uso così intenso del nucleare, senza che sia mai accaduto alcun incidente o qualche danno legato allo smaltimento del combustibile o delle scorie, significa che la gestione degli impianti avviene in maniera molto sicura. Anche perché la quantità di materiale necessaria a far funzionare una centrale nucleare è estremamente limitata. Per far funzionare una centrale nucleare c’è bisogno di 5 tonnellate di combustibile all’anno, mentre gli impianti a petrolio o a carbone hanno bisogno annualmente di centinaia di migliaia di tonnellate di combustibile. Senza contare gli incidenti legati alla movimentazione degli idrocarburi. Di quanti disastri ambientali sono causa le petroliere?

Quella per la reintroduzione del nucleare è dunque una battaglia culturale.
Esattamente. È necessario creare un clima sociale di consapevolezza e accettazione che renda possibile l’installazione d’impianti per la produzione di energia nucleare in territorio italiano. Ed è cosa tutt’altro che facile. Le resistenze sono molte. Va poi considerato che nelle società industriali avanzate la popolazione è solitamente refrattaria alle decisioni di carattere impositivo. Costruire una centrale nucleare senza il consenso della cittadinanza è impensabile, perciò è necessaria un’opera di re-informazione dell’opinione pubblica in modo da renderla consapevole dei suoi stessi bisogni energetici e da creare quel clima sociale di consapevolezza e accettazione che è patrimonio comune di tutti i paesi industrializzati tranne il nostro.

Fonte: www.loccidentale.it


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