Nucleare: l’Italia senza ingegneri per esodi e tagli

L’Italia si prepara a fare il suo grande ritorno all’energia nucleare, si stanno pianificando ben otto nuove centrali, ma rischia di restare senza ingegneri che le facciano funzionare anche a causa dei tagli alla ricerca che hanno colpito anche questo settore della formazione universitaria e post-universitaria.

Non solo, ma la domanda di queste professionalità sta conoscendo un vero e proprio boom a livello internazionale e i pochi laureati italiani, in questi anni, spesso hanno scelto di fare le valigie e andare all’estero dove è in pieno svolgimento il primo ricambio generazionale tra gli ingegneri che hanno avviato l’esperienza del nucleare civile.

I numeri, significativi, sono stati presentati dal professor Marco Ricotti del Dipartimento Energia del Politecnico di Milano e componente del Consorzio Internuniversitario per la Ricerca Tecnologia Nucleare nel corso di un seminario promosso dall’Enel.

Basti pensare che per operare una centrale EPR, dello stesso tipo di quelle che Enel costruirà in Italia, sono necessari 300 tra ingegneri e tecnici altamente specializzati, senza contare la fase di costruzione (per la quale sono impiegati 600 tra ingegneri e tecnici e 2.500 persone in cantiere) e tutto l’indotto tecnologico. E la domanda è talmente alta che molte aziende assumono ingegneri anche con preparazioni diverse da quella nucleare per poi dar loro una formazione specifica ”in casa”.
Proprio per la fase di ricambio generazionale che si sta vivendo in questi anni i paesi più coinvolti nel nucleare civile hanno avviato massicci investimenti in ricerca e grandi campagne di assunzioni di ingegneri specializzati.

Negli Stati Uniti (dati Politecnico di Milano) sono partiti piani di nuove assunzioni da parte di tutte le aziende coinvolte nella filiera (1.200 ingegneri dalla sola Westinghouse) è stato avviato il Nuclear Energy Universities Program; sono stati rafforzati i master post-universitari in nuclear engineering (più di 100 studenti l’anno nella sola Pittsburgh University) e garantiti finanziamenti a nuovi progetti di ricerca per oltre 50 milioni di dollari.

Stessa impostazione in Gran Bretagna, un paese che come l’Italia ha deciso da poco di rilanciare il suo programma nucleare. È stata individuata l’Università di Manchester come centro di formazione e di ricerca di riferimento per l’atomo e sono stati investiti 50 milioni di sterline per la creazione di nuovi laboratori e la formazione di 50 ricercatori ogni anno nel settore nucleare. Questi programmi sono stati decisi, ha spiegato il professor Tim Abram dell’Univesità di Manchester, perché ”c’è una grande domanda mondiale di competenze nucleari ed è molto difficile importare personale con questa preparazione”. Per questo ”nuovo personale specializzato può uscire solo da un percorso formativo nazionale”.

In Italia siamo decisamente indietro. Ad oggi, ha spiegato il professor Ricotti, vengono formati solo 60-70 studenti l’anno su tematiche nucleari ”e molti di loro vengono subito assorbiti dalla domanda estera” anche per ”l’ottima reputazione dei laureati e dei dottorati italiani all’estero”. Prima del referendum sul nucleare si è arrivati a far uscire dalle università nazionali tra i 250 e i 270 ingegneri nucleari ed erano attivi ben otto reattori sperimentali rispetto ai due che lavorano oggi.
Problemi anche per il corpo dei docenti specializzato in nucleare. Nelle sei università che hanno mantenuto un insegnamento in campo nucleare (Politecnico di Torino, Politecnico di Milano, Alma Mater di Bologna, Università di Pisa, La Sapienza di Roma e Università di Palermo) il numero di docenti è limitato complessivamente a 70 unità stabili ”e molti andranno in pensione senza che sia ancora previsto come rimpiazzarli” aiutati da circa 150 persone con contratti a tempo determinato tra docenti, assegnisti di ricerca e collaboratori. In più sembra che ci sia almeno qualche incoerenza tra la programmazione industriale e quella formativa visto che al Politecnico di Milano ”sono stati tagliati i fondi per la ricerca – rileva il prof. Ricotti – Per dare un’idea, fatta 100 l’esigenza che avevamo, il Ministero ci ha riconosciuto circa 51-52. È un taglio di oltre 40 punti ma bisogna anche tener presente che si tratta complessivamente di qualche centinaio di migliaia di euro”.

Per questo, secondo Ricotti, sono necessarie ‘azioni urgenti specifiche’ per mettersi al passo con gli altri paesi e che favoriscano formazione e ricerca come ”mantenere i collegamenti internazionali delle università italiane, aprire un tavolo stabile con l’industria nazionale e supportare la formazione soprattutto di alto livello”. Ma anche aumentare i fondi ministeriali sul nucleare e ”includere questo settore del programma Borse Fondo Giovani del ministero dell’Università e della Ricerca”. In sostanza riannodare quel legame virtuoso tra ricerca, università e industria necessario in ogni settore industriale ma storicamente di successo nel settore nucleare.

Fonte Asca


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