Montréal. Prime riflessioni a caldo dal WEC

Si è chiuso qualche giorno fa a Montréal il Congresso Mondiale dell’Energia organizzato dal World Energy Council, imperdibile evento, a cadenza triennale, cui si dà appuntamento il gotha del mondo dell’energia internazionale. I vertici dell’industria energetica, delle istituzioni e degli organismi internazionali, della politica e della scienza si sono ritrovati nella città canadese: 7.200 i partecipanti da 130 nazioni, nuovo record per i Congressi Mondiali dell’Energia. Il prossimo Congresso sarà in Corea del Sud nel 2013.

Al centro del dibattito le strategie per una crescita responsabile che riconcili sviluppo economico, protezione dell’ambiente e riduzione delle disuguaglianze. Servono soluzioni per rispondere alla sfida globale, serve una capacità di cooperazione tra industrie energetiche e governi, la capacità di integrare le esigenze delle economie emergenti e di comprendere appieno la complessità delle sfide e l’evoluzione delle necessità delle nostre società. Il “mercato” da solo non è ritenuto sufficiente ad affrontare queste sfide che vedono orizzonti temporali lunghi. Sul tavolo, quindi, le più grandi questioni all’ordine del giorno, nei loro risvolti economici, industriali, ambientali e sociali, ma alcuni temi hanno preso il sopravvento. A partire dalla questione che sta rivoluzionando lo scenario delle fonti tradizionali: parliamo dello shale gas.

Innovazioni tecnologiche recenti hanno reso disponibile un tipo particolare di gas, quello che si trova rinchiuso negli scisti. Le riserve presunte di shale gas nel mondo sono circa 4 volte quelle del gas convenzionale. Gli USA hanno scoperto di possederne in quantità importanti, tali da rendersi in 2 anni indipendenti dalle importazioni (erano il 50% dei consumi), facendo crollare le importazioni di LNG e con queste il prezzo del gas stesso di  oltre il 50%. Lo scenario energetico degli Stati Uniti viene insomma rivoluzionato da questa nuova fonte, ma i contraccolpi sono inevitabili anche sulle altre fonti di energia e sul mercato internazionale.

Fino ad oggi, la produzione di energia elettrica degli Stati Uniti è stata fondata sul carbone per il 50%. Proprio per questo, gli USA si erano finora dimostrati molto favorevoli a sostenere la ricerca sulla Carbon Capture e Storage. Oggi sembra invece che questo interesse stia venendo meno e si pensi di sostituire le centrali a carbone con quelle a gas che emette una quantità nettamente inferiore di CO2. Anche gli investimenti nelle rinnovabili – eolico e fotovoltaico in testa – sembrano rimessi in discussione, perché ancor più evidentemente antieconomici.
Si tratta di un cambiamento di grande portata che avrà inevitabilmente conseguenze anche sul panorama internazionale.

Protagonista indiscusso nel settore energetico ed in quello elettrico in particolare resta la Cina, che al Congresso del WEC ha continuato a sbalordire per la portata e la rapidità dei cambiamenti e degli avanzamenti nel settore.
La costruzione delle centrali procede a una velocità tale che ogni giorno si aggiungono 300 MW alla produzione complessiva di energia elettrica e 200 km di linee ad alta tensione. La Cina è oggi leader assoluto nella trasmissione di energia elettrica: in soli 3 anni e mezzo è stata realizzata la linea ad alta tensione più lunga al mondo (circa 2.000 km) e con il record di tensione a +/- 800 kV in corrente continua. In costruzione anche una rete in corrente alternata a 1.000 kV e 2 linee sono già in funzione. Una capacità di realizzare che lascia senza fiato e che annichilisce in particolare noi italiani che ci mettiamo decenni per riuscire a realizzare qualche km di linea ad alta tensione. Non solo. Oggi il Paese del Sol Levante si pone come leader anche nelle rinnovabili: il 40% di tutta la potenza eolica installata nel 2009 è in Cina che ha superato come totale potenza installata la Germania e si appresta a superare  gli Stati Uniti, attuali numero 1. Nel settore ci sono nuovi mirabolanti progetti che prevedono la realizzazione di campi eolici in Tibet, a 3500 km di distanza dai centri di consumo e quindi con la necessità di realizzare una linea di trasmissione che batterebbe ogni record per lunghezza e tensione.
Gli investimenti riguardano tutti i settori più innovativi, smart grids, auto elettriche e idrogeno per esempio.

Anche il solare è ormai territorio cinese. La Cina ha scelto in maniera intelligente di puntare per il fotovoltaico al mercato estero, a scapito di quello nazionale, soppiantando gli altri paesi come leader nella produzione di celle/pannelli e invadendo il mercato occidentale di prodotti di qualità a basso costo: il 50% dei pannelli installati nel mondo sono di provenienza cinese.

In costruzione in Cina anche 23 reattori nucleari tra i 1.000 e i 1.700 MW ciascuno,con la costruzione di 13 nuovi reattori iniziata negli ultimi 15 mesi. Il target fissato al 2030 è, per questo solo settore, l’avere in servizio centrali per 180.000 MW. Una cifra impressionante, certo, tanto più se si considera che rappresenterebbe solo il 7/8% della produzione totale di elettricità che sarà ancora prevalentemente da carbone.
Sul fronte nucleare è dalla Russia però che vengono le novità più interessanti. Stando a quanto dichiarato da Rosatom, tra 20 anni saranno pronti reattori di IV generazione di piccola taglia. La marcia in più della prossima generazione di reattori sta nella capacità di utilizzare per la produzione di energia anche le scorie prodotte dalle centrali di III generazione; un elemento che potrebbe rivelarsi interessante anche per ridimensionare il problema del final waste disposal. Rosatom si è dichiarata disposta a realizzare centrali fornendo il combustibile e ritirando le scorie finali per riprocessamento/uso presso di loro. I reattori di piccola taglia potrebbero giocare un ruolo significativo per la crescita economica di paesi con potenza installata non rilevante.

Altro problema discusso in varie tavole rotonde è stato quello degli  effetti del disastro del Golfo del Messico su un possibile stop all’utilizzo di fonti fossili a vantaggio delle rinnovabili. Chiaramente si sono avute posizioni opposte dalle società oil & gas e dagli ambientalisti; in ogni caso il disastro ha spinto e sta spingendo le compagnie a rivedere le procedure di sicurezza e di sub-appalti

Una condivisione generale si è avuta sull’importanza e priorità dell’efficienza energetica che dovrebbe contribuire a livello globale per oltre il 50% alla riduzione dei gas serra; chiaramente le tipologie di intervento sono notevolmente diverse nei vari paesi in funzione delle risorse locali attuali e potenziali. Una convergenza si è avuta anche sul fatto che realisticamente le fonti fossili saranno dominanti ancora per qualche decennio.
Il problema più serio a cui non si sa trovare  risposte concrete resta però un altro: circa 1.600.000.000 persone ancora oggi vivono senza energia commerciale. Nei paesi in via di sviluppo i centri abitati scollegati dalla rete sono ancora moltissimi. In Africa, se si escludono i paesi del nord Africa ed il Sud Africa (che consuma circa il 50% di tutta l’energia elettrica del continente) il legno è l’unica fonte energetica per l’85% della popolazione.

Articolo di Alessandro Clerici, presidente onorario WEC Italia

Fonte energiaspiegata.it


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