Limiti impossibili

La direttiva IPPC (Integrated Pollution Prevention and Control – Prevenzione e Riduzione Integrate dell’Inquinamento) può essere considerata come il primo passo verso un approccio integrato per la mitigazione degli impatti su aria, sistemi idrici, suolo, rifiuti e rumore.

Con questa direttiva l’Unione europea ha stabilito gli obblighi che le attività industriali e agricole a elevato potenziale inquinante devono rispettare. In particolare viene istituita una procedura di autorizzazione e vengono fissate prescrizioni minime che devono essere contenute in ogni autorizzazione, soprattutto per quanto riguarda le emissioni delle sostanze inquinanti.

Lo scopo è quello di evitare o ridurre al minimo il rilascio di emissioni inquinanti nell’atmosfera, nelle acque e nel suolo, oltre ai rifiuti degli impianti industriali e delle imprese agricole, al fine di raggiungere un livello elevato di tutela dell’ambiente.
Gli standard da rispettare sono stabiliti sulla base delle Migliori Tecnologie Disponibili (MTD), descritte nei cosiddetti BREF (documenti di riferimento), e recepite in Italia con il d.m. ambiente 1° ottobre 2008 e con il d.lgs. 18 febbraio 2005, n. 59, Linee guida per l’individuazione e l’utilizzazione delle migliori tecniche disponibili. Queste ovviamente comprendono sia misure da rispettare a monte del processo, che lungo la linea di produzione, ma il più delle volte dovendosi applicare a processi produttivi già in essere le MTD utilizzate sono quelle del tipo end-of-pipe, ovvero applicate ai sistemi di depurazione degli effluenti prima della loro immissione nell’ambiente. Trattandosi quindi di processi che si vanno ad aggiungere a qualcosa di esistente, ovviamente andranno a richiedere un ulteriore consumo di energia, con conseguente produzione di anidride carbonica.

Purtroppo nella direttiva IPPC e nei BREF i gas serra non vengono considerati, e pertanto le autorità nazionali o locali si sentono autorizzate a richiedere limiti di emissione sempre più restrittivi.

La questione che si pone è molto semplice.
Il d.lgs. 152/2006 e s.m.i, denominato Testo unico dell’ambiente, stabilisce, tra gli altri, i limiti di emissione di effluenti gassosi e liquidi (quest’ultimi differenziandoli a seconda del corpo recettore).

Ovviamente le regioni e/o le province autonome sono legittimate a imporre delle restrizioni laddove questi scarichi vadano ad interessare luoghi particolarmente compromessi o sensibili (basti pensare alla Laguna di Venezia, che segue una legislazione a sé).
Tuttavia, nel tentativo di dimostrarsi più accorte al problema dell’inquinamento, spesso le amministrazioni in fase di autorizzazione di nuovi impianti industriali o attività agricole ad elevato potenziale inquinante, tendono ad imporre delle restrizioni che a volte risultano non motivate.
Accade così che l’industriale di turno spende più soldi nei sistemi di trattamento degli effluenti potenzialmente inquinanti per rispettare le prescrizioni imposte, ma si andrà a rifare successivamente rincarando il costo del prodotto finito, ad esempio. E noi nel frattempo dormiamo sogni tranquilli convinti che il problema delle emissioni sia risolto, trascurando che i processi di trattamento imposti stanno consumando un quantitativo di energia che in qualche modo dovrà pur esser prodotta.

Il paradosso salta fuori quando si vedono amministrazioni che in fase di autorizzazione di centrali termoelettriche a biomasse, in cui viene non solo garantita l’origine della biomassa, ma anche il rispetto dei limiti normativi alle emissioni nonché viene fornito uno studio delle emissioni evitate e delle tonnellate di petrolio risparmiate, richiedono sistemi di abbattimento dei fumi che si avvicinano alla smaterializzazione delle sostanze.
In questo modo, a mio avviso, non si fa altro che demotivare lo sviluppo di quelle energie che vengono definite “pulite”, ma che sarebbe corretto definire “meno inquinanti” rispetto quelle attualmente utilizzate.

Inoltre mi domando se, fatte salve per le aree particolarmente sensibili, il legislatore nazionale quando ha fissato i limiti di emissione abbia tirato i dadi, visto che le singole amministrazioni sembra non vogliano dare credito a quanto è stato legiferato.

Articolo dell’Ing. Roberta Lazzari

Fonti:
http://europa.eu/legislation_summaries/environment/waste_management/l28045_it.htm
Il Giornale dell’Ingegnere n.1 – 15 gennaio 2010

CrumpleEarth, foto di Corey Mata-a-moto (wiki)


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