La consulenza tecnica in ambito penale

Questo articolo dell’ing. Anna Guerriero, tratto dalla rivista CT – Consulente Tecnico di Maggioli Editore, ha lo scopo di analizzare sinteticamente il ruolo del consulente tecnico nell’ambito penale. Scopo di tale analisi è quello di pervenire alla definizione, oggettiva, del ruolo del consulente tecnico quale ausiliario dell’organo giudiziario, ruolo per lo svolgimento del quale è bene sottolineare che l’obiettività, la competenza e la serenità sono fattori determinanti e concorrenti per il corretto svolgimento del mandato conferito.

È bene, quindi, chiarire subito la regola base cui attenersi sempre: nello svolgimento del mandato, vuoi che sia conferito dal pm piuttosto che dalle parti, si deve evitare di essere colpevolisti o innocentisti, cercando in ogni modo l’obiettività considerato che, tanto più trattandosi dell’ambito penale, un comportamento non corretto potrebbe ledere incisivamente la libertà dell’individuo.

Ferma tale premessa, è di evidenza la contraddizione dell’elaborato consulenziale prestato dal professionista per il pm rispetto ai contrapposti strumenti consulenziali in ipotesi offerti dalla difesa; entrambi normativamente degni di considerazione e rilevanza al cospetto del giudice.
Per certo la complessa attività consulenziale demandata dal pm al proprio consulente implica sintonia nel professionista designato con le finalità di indagine applicate dallo stesso pm. a protezione di diritti, ragioni ed interessi, recepiti nella legislazione regolante la civile convivenza, come disciplinate dalla Carta Costituzionale e dal sistema normativo vigente per conseguenza, partendo dal primo presidio che penalmente ne sanziona l’inadempimento.

Il consulente tecnico del pm è un consulente di parte essendo il pm una delle parti del processo e precisamente l’accusa. Nel nostro ordinamento il pm è un organo di giustizia, e, in quanto tale, è titolare dell’azione penale, deve quindi procedere all’acquisizione degli elementi a carico ma deve anche considerare gli elementi a favore eventualmente emergenti, e, laddove questi ultimi fossero insufficienti, sostenere l’accusa nel prosieguo dell’azione penale, avendo il potere/dovere di richiedere al gip il rinvio a giudizio ovvero l’archiviazione in caso contrario.
Quanto detto per il pm vale – ovviamente e compatibilmente ai modi – anche per il suo consulente: questi, infatti, non deve assolutamente considerarsi e/o essere considerato un mero “raccoglitore” di prove a carico.

Tale deformazione va evitata. È fermo infatti, il dato oggettivo che, anche ipotizzando la sussistenza di rapporti di stima professionale, come sovente può accadere, tra il pm e il consulente nominato, quest’ultimo è vincolato all’impegno di adempiere al mandato conferito al solo scopo di far conoscere la verità; sarebbe quindi e comunque da censurare il comportamento del consulente tecnico che avallasse l’ipotesi accusatoria del pm, in presenza di fatti di segno contrario.
Più sfumata al riguardo è la posizione dei consulenti della difesa, i quali devono cercare di acquisire ed accertare elementi che possano essere utili alla difesa, sempre, ovviamente, nel rispetto della sfera deontologica professionale.
Scegliere un consulente tecnico per un pubblico ministero o per un giudice è quindi un’attività tanto necessaria quanto delicata.

Appare superfluo ricordare l’importanza del servizio reso alla giustizia dal consulente tecnico, che ha la funzione di essere lo strumento di conoscenza del pm, e quasi suo “alter ego” in determinata materia, quella consulenziale delegata appunto.
La professionalità diventa dunque un elemento fondamentale da valutare nella scelta del consulente, vuoi con riguardo alla preparazione/conoscenza nel campo di specializzazione comportato dalla fattispecie, vuoi considerando la capacità/doverosità di poi esprimerla riferendone, come necessario, nella sede processuale di competenza.
L’attività che si chiede venga svolta dal consulente tecnico d’ufficio è: di tipo valutativo da un lato, in quanto deve valutare fatti già acquisiti in fase di indagini nell’ambito del procedimento penale; e di tipo accertativo dall’altro, in quanto deve accertare fatti ed elementi che, attraverso l’indagine peritale, vengono veicolati verso il procedimento penale e passeranno poi attraverso il filtro del giudice.

Nell’attività consulenziale delegata, il consulente tecnico non è uno spettatore, per quanto qualificato; non è e non può essere un mero “fruitore” di altrui ricerche e soprattutto non deve limitarsi ad una mera lettura “formale” dei dati, ma deve dare il proprio contributo professionale, partecipando attivamente alla difficile opera di ricostruzione tecnico-storica degli eventi.

Per diretta indicazione legislativa infatti, il consulente non deve limitarsi a un’analisi documentale o all’esecuzione delle attività materiali eventualmente indispensabili per la risposta al quesito ma partecipare fattivamente e, se del caso, suggerire strumenti e metodologie di ricerca.
Solo in tale dimensione acquista congruenza e concretezza la funzione di assistenza del Consulente al pm normativamente contemplata.
E così la presenza del consulente alle operazioni di polizia giudiziaria risponde all’utilità che il medesimo, in quanto tecnico esperto, è a conoscenza delle procedure e quindi è in grado di indirizzare le acquisizioni degli atti e dei documenti secondo le finalità presupposte dalle indagini.

Il consulente potrà anche e quindi essere autorizzato ad assumere sommarie informazioni testimoniali, unitamente ad organi deputati alla verbalizzazione, da persone informate sui fatti; soprattutto, anche ed in particolare, laddove queste ultime debbano riferire anche su aspetti tecnico/scientifici, aspetti che l’Ufficiale di polizia giudiziaria delegato potrebbe non correttamente e compiutamente cogliere e riportare nel verbale.

È opportuno evidenziare che le indagini preliminari non costituiscono una fase diretta alla formazione della prova ma sono strumenti per consentire al pm di ricercare le fonti di prova – che poi il medesimo evidenzierà ed utilizzerà nel corso del dibattimento; per conseguenza nella fase delle indagini preliminari il consulente ha dunque la delicata, e non sempre facile, funzione di coadiuvare il pm nell’acquisire più compiuta consapevolezza in ordine a problematiche e/o situazioni per le quali occorre specifica conoscenza tecnica.

Va annotato che l’opera prestata dal consulente non ha per sé valore probatorio; assumerà valore probatorio quando il consulente sarà interrogato davanti al giudice quale teste indicato dal pm, secondo le forme dell’interrogatorio incrociato, e quindi rispondendo alle domande e svolgendo le proprie deduzioni relativamente alla problematica che gli viene sottoposta; col che le affermazioni del consulente tecnico sono assunte come prova al processo. È bene sottolineare che l’opera del consulente deve essere diretta alla ricerca della verità, qualunque essa sia.

… quando il pubblico ministero si avvale del suo esperto investigativo incaricato nella fase delle indagini nel dibattimento e chiede la sua audizione come testimone, si determina una sorte di “conversione”, che la dottrina ritiene possibile, del consulente nominato a termine dell’art. 359 c.p., in quello praeter peritiam previsto dall’art. 233 c.p.p.  In questo caso, se il ct viene escusso in dibattimento nella piena dialettica del contraddittorio e dell’esame incrociato, il testimone-esperto, che ha cercato la verità per conto del pubblico ministero, può convogliare conoscenze nel processo e fornire elementi utili alla decisione; il valore probatorio del parere del consulente è stato riconosciuto dalla Corte Costituzionale con sentenza …”

Tali sono le funzioni e ruolo del consulente tecnico d’ufficio in qualità di ausiliario del giudice penale.

Articolo dell’Ing. Anna Guerriero


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