Il curling nei pavimenti in calcestruzzo

Come è ormai noto il calcestruzzo può essere considerato un materiale eccezionale sotto diversi punti di vista (basso costo delle materie prime, duttilità nella lavorazione, buona resistenza agli incendi, tempi brevi di realizzazione….) a condizione che venga progettato e messo in opera “a regola d’arte”. Sono infatti altrettanto noti il gran numero di difetti che altrimenti si possono venire a formare in un getto di calcestruzzo: uno di questi è il “curling”, definito anche “effetto vela”.

Il curling è una deformazione che si genera nelle piastre in calcestruzzo di grandi dimensioni che sono largamente utilizzate nelle pavimentazioni di capannoni e impianti produttivi (ma anche aeroporti e viadotti stradali…). In quest’ambito è necessario che il pavimento presenti un certo grado di planarità principalmente per consentire ai carrelli elevatori una percorrenza senza sobbalzi, ma anche per consentire lo stoccaggio dei prodotti nelle scaffalature senza problematiche.
Secondo il vocabolario tecnico per curling si intende “deformazione delle piastre di calcestruzzo dovuta alle contrazioni differenziali tra le superfici superiore ed inferiore della piastra a causa della diversa velocità di evaporazione dell’acqua sulle due superfici”.

In linea di principio non è ascrivibile alla cattiva composizione del conglomerato o a incorrettezze di realizzazione ma dipende da una molteplicità di cause  tra cui principalmente dalle tensioni di ritiro termico, dalla superficie esposta (che può provocare un rapido raffreddamento corticale) e dalle tensioni differenziali che si determinano fra gli strati superiori del conglomerato, che induriscono più rapidamente, e gli strati sottostanti, che restano più a lungo “plastici” e quindi in grado di essere deformati dalla “trazione” degli strati superiori. Il ritiro differenziato tra superficie e fondo può essere aggravato anche da una importante presenza in superficie di aggregato fine e finissimo affiorato in superficie con l’acqua essudata (Situazione di bleeding). Così come l’esposizione diretta ai raggi del sole (situazione valida per piazzali, strade ed aereoporti) tende a surriscaldare lo strato corticale del calcestruzzo fresco posto in opera esasperando il ritiro differenziale tra superficie e fondo ed incrementando così il valore d’imbarcamento della piastra.

Le conseguenze visibili sono rappresentate da sollevamenti ai lembi, quelle latenti, da stati fessurativi interni. Se tale deformazione è causata da una variazione di umidità questa viene chiamata warping, mentre se causata da delta di temperatura, viene chiamata curling. L’imbarcamento o curling è più evidente nei giunti di costruzione, ma può verificarsi anche in fessure e all’incrocio dei giunti di contrazione. L’imbarcamento può raggiungere anche di 18 mm più alto del piano originale di riferimento.

Tra i fattori conosciuti che maggiormente influenzano l’imbarcamento sono:
– il tipo di supporto
– la quantità di acqua presente nel calcestruzzo fresco
– lo spessore del pavimento
– un clima caldo e secco
– una maturazione insufficiente

La prevenzione
Anche se è possibile riparare l’imbarcamento nella maggior parte delle piastre, è sempre preferibile ridurne l’entità con la prevenzione attraverso tre semplici accorgimenti:
a) l’impiego di un calcestruzzo a ritiro compensato
b) uno spessore adeguato almeno sui 22 cm
c) una corretta e protetta maturazione del getto

La normativa
Le norma UNI 11146 Progettazione, esecuzione e collaudo dei pavimenti in calcestruzzo, tratta l’argomento liquidando questa deformazione endogena tipica di tutte le piastre a base cementizia. La realtà è al contrario molto complessa, infatti l’imbarcamento è un fenomeno fisico dipendente da molte variabili difficilmente controllabili se non quelle che riguardano la miscela di calcestruzzo (a ritiro compensato) e lo spessore del pavimento (almeno 22 cm), così come non è neppure possibile fornire una statistica affidabile sull’imbarcamento accertato in dieci anni di controlli e misurazioni effettuate.

La norma prevede tre sistemi per la maturazione:
1. Irrorare la superficie con acqua: non è mai consigliabile perché in questo modo si favoriscono le efflorescenze sulla superficie.
2. Applicare uno stagionante chimico: risulta essere una soluzione in inverno, ma insufficiente con clima caldo e secco.
3. Copertura con foglio di polietilene: è una ottima soluzione anche se la superficie può presentarsi con macchie e segni lasciati dal polietilene.

Interventi di ripristino
Per eliminare l’imbarcamento a pavimento finito è necessario attendere almeno 2-3 mesi dalla fine dei lavori. L’intervento viene comunemente chiamato del “travetto in resina” e consiste nell’eliminare scarificando quella parte di pavimento che risulta imbarcata (generalmente da 10 a 40 cm per ciascuna parte del giunto per una profondità di qualche centimetro): Successivamente si eliminano i movimenti verticali dovuti ai vuoti tra supporto e fondo del pavimento iniettando una boiacca o una resina espandente. Fatto ciò si procederà a ricostruire lo strato con una malta in resina epossidica chiusa a rasare.

Articolo di Massimiliano Bertoni e Andrea Cantini


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