Gli alti e bassi di Moho

La Terra, ci hanno insegnato a scuola, è fatta a strati come una cipolla. Uno dei contributi più importanti della moderna sismologia consiste nell’utilizzare le onde, prodotte dai terremoti che attraversano l’interno della Terra, come una sorta di “raggi X” per stabilire la profondità e la natura fisica dei vari strati.

È quanto hanno fatto Nicola Piana Agostinetti e Alessandro Amato dell’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) con un lavoro in cui vengono effettuate delle stime molto accurate della profondità dello strato chiamato MOHO ( dal nome dello scienziato Mohorovicic), quello che segna la transizione fra la crosta più rigida del nostro Pianeta e il più plastico strato sottostante chiamato mantello.

Da questa ricerca è risultato che la profondità della discontinuità di Moho nella penisola italiana varia da zona a zona. Per esempio nell’area tirrenica si trova a circa 20-25 km, nella zona adriatica da 30 a 35 km, nella fascia appenninica sprofonda fino a 50 km. Agli autori di questo lavoro recentemente pubblicato su Journal of Geophysical Research (JGR) chiediamo quale utilità ha stabilire con tale accuratezza i limiti della discontinuità di Moho? A capire meglio la dinamica delle placche?

La conoscenza della struttura della crosta e del mantello – dice Alessandro Amato è importante per comprendere l’evoluzione geologica di una regione. Nel caso dell’Italia e del Mediterraneo permette di ricostruire i processi di “subduzione” e collisione che hanno portato alla nascita delle catene montuose, come ad esempio gli Appennini, e di capire meglio la sismicità italiana”.

Inoltre, queste informazioni sono utili per studiare la propagazione delle onde sismiche e prevedere quindi il moto del suolo in occasione di forti terremoti. Con questo lavoro gli studi dei ricercatori dell’INGV si collocano nella tradizione degli studi dell’Istituto che ha cominciato a svolgere ricerche di questo tipo fin dalla sua costituzione. Ricordiamo che il primo lavoro pubblicato di questo tipo risale al 1938 ed è dovuto al geofisico Pietro Caloi il quale determinò la profondità della Moho dell’Italia Nord Orientale collocandola a 40 km. Questa ricerca, come molte altre in corso sulla struttura profonda della nostra regione, è stata possibile grazie al forte miglioramento che ha avuto la Rete Sismica Nazionale dell’INGV negli ultimi anni.

Lo studio è stato fatto con i dati dei terremoti che avvengono ogni giorno nel mondo e che la rete dell’INGV registra accuratamente. La densità e qualità dei dati oggi disponibili permette delle ricostruzioni più dettagliate rispetto al passato.

Di Sonia Topazio, ufficio stampa INGV

Il presente articolo è tratto dalla newsletter di aprile 2010 INGVnewsletter


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