Estrazione gas naturale: guai in vista per il fracking?

Guai in vista per il fracking?

(di Roberta Lazzari) Che il periodo d’oro del fracking sia giunto a termine?

Il metodo di “fratturazione idraulica” quale tecnica per estrarre gas naturale anche da sorgenti non convenzionali, quali le rocce di scisto o depositi profondi di carbone, è da sempre molto controversa.

A suonare il campanello d’allarme è l’ente di controllo americano EPA (Environmental Protection Agency), che a seguito di un ulteriore studio smentisce quanto affermato nel precedente, ovvero che non esistono prove che il fracking contamini sistematicamente l’acqua.

La fratturazione idraulica o fracking è lo sfruttamento della pressione di un fluido, di solito acqua, per creare e poi propagare una frattura in uno strato roccioso nel sottosuolo. La fratturazione viene eseguita a seguito di una trivellazione dentro una formazione di roccia contenente idrocarburi, al fine di aumentarne la permeabilità e quindi migliorare la produzione di petrolio o di gas da argille (gas di scisto – shale gas) contenuti nel giacimento, incrementandone il tasso di recupero.

Ma il fracking viene utilizzato anche:

  • nella costruzione di pozzi idrici;
  • per preparare le rocce alla trivellazione di miniere;
  • per rendere più efficienti i processi di riduzione delle perdite (di solito fuoriuscite di idrocarburi);
  • per smaltire perdite iniettandole in formazioni rocciose idonee;
  • come metodo per misurare tensioni nella crosta terrestre.

Le fratture indotte dall’uomo, per il recupero di petrolio o gas, vengono allargate pompando fluido sotto pressione e poi mantenute aperte grazie all’introduzione di sabbia, ghiaia, microsfere di ceramica come riempitivo permeabile; così facendo le fratture create non possono richiudersi quando la pressione del fluido viene meno.

La tecnica per migliorare la produttività di un pozzo di petrolio, fratturandone le rocce, risale al 1860. La tecnologia di fratturazione per mezzo della pressione esercitata sulla roccia da un fluido idraulico, per stimolare l’erogazione di petrolio da giacimenti scarsamente produttivi, avvenne negli Stati Uniti nel 1947.

La fratturazione idraulica consente l’estrazione di idrocarburi da rocce a bassa permeabilità, da cui viceversa non fluirebbero in quantità tali da permettere l’estrazione ad un costo economicamente sostenibile. Le fratture indotte di fatto aumentano la permeabilità della roccia nell’intorno del pozzo, e quindi aumentano la portata dell’estrazione. Il fluido iniettato nei pozzi può essere acqua, gel, schiuma o gas compresso come azoto, diossido di carbonio o semplice aria.

Per monitorare la dimensione e l’orientamento delle fratture viene fatto un monitoraggio microsismico durante il pompaggio di fluido, installando schiere di geofoni in pozzi adiacenti. In questo modo vengono mappati i microsismi dovuti alle fratture indotte e si può ricavare la geometria approssimativa delle fratture stesse. Altre importanti informazioni sugli sforzi prodotti nelle rocce si ottengono posizionando schiere di inclinometri.

L’equipaggiamento standard per la fratturazione utilizzato nei campi petroliferi comprende un miscelatore dinamico, una o più pompe ad alta pressione e alto flusso (di solito pompe triple o quintuple) e una unità di monitoraggio sismico.

L’iniezione inizia a bassa pressione e con un flusso anche di 265 litri al minuto. Quindi, nella fase di sforzo, la pressione aumenta fino a valori di 100 MPa e il flusso diminuisce gradualmente.

Nonostante una parte dell’opinione pubblica e alcuni ambientalisti da tempo avessero denunciato la pericolosità del fracking dal punto di vista della sismicità indotta, non sono stati mai pubblicati lavori scientifici a supporto di tale ipotesi fino al 2015, quando uno studio dell’United States Geological Survey (USGS) ha dimostrato per la prima volta in modo preciso un rapporto fra il fracking e l’aumento dei fenomeni sismici in 17 territori degli Stati Uniti.

Inoltre un’inchiesta del New York Times ha dato risalto ai problemi legati alla concentrazione di radioattività intorno ai pozzi del fracking in Pennsylvania.

In effetti, il fracking non è vista una tecnologia ad impatto zero sull’ambiente.

Ad esempio altri problemi sollevati da chi ha dei dubbi sul fracking sono:

  • le perdite “fuggitive” di gas metano, ovvero quella parte di metano che sfugge al processo estrattivo e si disperde in atmosfera;
  • i consumi enormi di acqua (un pozzo può necessitare dai 9 mila ai 29 mila metri cubi di acqua annui);
  • le sostanze chimiche utilizzate come additivi non sempre sono rese note;
  • tra il 15-80% dei fluidi utilizzati nell’iniezione ritorna in superficie, portando con se gli additivi di cui sopra e altre sostanze (metalli pesanti, idrocarburi, elementi radioattivi naturali) disciolte nella fratturazione delle rocce.

Ecco che un approfondimento da parte delle autorità forse aiuterà a chiarire alcuni aspetti su cui ad oggi ci sono ancora alcuni punti interrogativi.


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