Energia (più) pulita

Nell’articolo Rinnovabili? Si, ma da un’altra parte, ho già trattato lo spinoso argomento di dove far sorgere le cosiddette centrali elettriche verdi: lontano dai fruitori del prodotto che esse stesse producono, ovvero l’energia. Ora voglio passare a trattare lo stesso tema sotto un altro punto di vista: gli impatti di queste green energy sull’ambiente, tema che spesso dimentichiamo, come dimostrano alcuni articoli letti di recente.

Partiamo da due concetti:
1. promuovere l’utilizzo di fonti energetiche alternative e rinnovabili è sicuramente una mossa corretta, per liberarci dalla “schiavitù” del petrolio, e usare al meglio quello che la natura ci offre: sole, acqua, calore dal suolo, vento, maree ecc.;
2. non esistono energie pulite, ma al massimo si può parlare di fonti meno impattanti per l’ambiente, che si rigenerano naturalmente in tempi brevi e che non comportano emissioni nocive all’atmosfera e agli abitanti della terra (uomini e animali). Quindi potremmo parlare di energie più pulite, se confrontate con i combustibili fossili.

Anche l’energia più pulita ha dei costi ambientali, e gli ambientalisti più radicali dovrebbero accorgersene quanto prima.
Una centrale elettrica alimentata a biomasse sicuramente comporta delle emissioni di anidride carbonica (gas serra) paragonabili alla quantità dello stesso gas che le piante (carburante) hanno assorbito durante il loro ciclo di vita, e quindi andando a un sostanziale pareggio, e sicuramente i TEP (tonnellate equivalenti di petrolio) risparmiate daranno dimostrazione di quanto sia conveniente investire in questi impianti, ma occorre ricordare che per produrre il loro carburante occorre dedicare parte dei nostri terreni alla coltivazione di piante non destinate al consumo umano. Così come che, probabilmente, si vedrà sorgere tra i campi un’enorme struttura metallica che andrà a ospitare caldaia, turbine, filtri, cicloni ecc. e che vi saranno dei camini per espellere i fumi, che per quanto decontaminati genereranno pur sempre un pennacchio.
L’idea del “piccolo è bello”, e quindi del pannello solare sul tetto, non svincola, se non in minima parte, le utenze dal consumo di energia prodotta secondo i vecchi canoni inquinanti. Viviamo in una società troppo evoluta, ove qualsiasi cosa funziona per merito di una batteria ricaricabile o perché direttamente attaccata ad una presa elettrica.
Un tempo la passione degli ambientalisti erano le dighe, ma a metà degli anni Novanta erano diventate impopolari, in quanto viste come deturpatrici degli ecosistemi in cui venivano costruite, tanto che la Banca Mondiale smise di finanziarne la costruzione.

Attualmente oggetto di proteste (sulle quali non mi esprimo in merito, ma riporto solo quanto letto su l’Internazionale n. 801 del 26 giugno 2009) è la costruzione di una diga sull’estuario del fiume Severn. Questa è una meraviglia della natura, ma è allo stesso tempo luogo della più alta escursione tra alta e bassa marea (13 metri), dopo la baia di Fundy in Canada. Ovviamente una tecnica naturale per produrre energia è lo sfruttamento delle maree, quindi il progetto di sfruttare questo dislivello fa gola al Governo britannico, ma è altrettanto vero che ci si viene a porre in una situazione scomoda: meglio preservare un paesaggio come, ad esempio, il Severn o sacrificarlo al fine di evitare lo sfruttamento di centrali a carbone, che con le loro emissioni sono state tra le cause delle piogge acide e di patologie polmonari?
Questo caso, come molti altri anche più piccoli, cominciano a far riflettere, o lo dovrebbero fare, almeno su un aspetto.
Non si può voler la moglie ubriaca e la botte piena, occorre capire che come per tutte le cose giuste, anche le energie più pulite comportano dei sacrifici, che non devono essere per forza degli scempi indiscriminati, ma che comunque hanno anche loro un impatto!
Anche in questo caso, come per l’acqua, basterebbe saper ponderare il consumo di energia, così da evitare ognuno di noi nel proprio piccolo degli sprechi inutili. Ma, fermo restando che oggi tutti noi necessitiamo di corrente (anch’io che sto scrivendo come voi che state leggendo), bisognerebbe che quanto prima ci si mettesse nell’ottica che oramai, non potendo più tornare indietro, non esiste una strada giusta, ma una più giusta rispetto alle altre.
Qualcuno la chiama nucleare, ma questo è un argomento complesso che merita una discussione a parte.

Articolo dell’Ing. Roberta Lazzari


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