Energia dalla … pipì

Pur partendo dal concetto che nessuno dei ricercatori che stanno lavorando su tale fonte alternativa di energia sembra essere convinto che la pipì porrà termine ai problemi dell’aumento della domanda di energia, c’è da sottolineare il merito di quanti si stiano prodigando in studi “alternativi”. E di quanti continuino a rimarcare che prima di tutto occorre puntare al risparmio e a evitare gli sprechi.

L’urina è uno dei materiali di scarto più abbondante nel nostro pianeta (quasi 7 miliardi di abitanti producono ogni giorno 10 miliardi di litri di pipì, una quantità sufficiente a riempire 4.000 piscine olimpioniche), che viene convogliata con la fognatura agli impianti di trattamento, grandi consumatori di energia elettrica. Quindi non sarebbe male provare a recuperare energia da chi ne richiede tanta per il proprio trattamento.
Inoltre al pari di biodigestori di deiezioni animali, anche qui si parte dal concetto di riutilizzare in modo efficiente ed utile sostanze organiche di scarto.

L’idea di sfruttare l’urina è venuta nel 2002 all’ingegnere chimico Gerardine Botte della Ohio University. In particolare la sua idea consta nell’individuare nell’urina, al posto dell’acqua, una nuova fonte di idrogeno da utilizzare nelle pile combustibili. Se ogni molecola d’acqua contiene 2 atomi di idrogeno, è vero che l’urina ne contiene 4, e che il loro legame è più debole, quindi più facile da rompere al fine di liberare l’idrogeno. Infatti uno dei maggiori problemi di utilizzo dell’acqua è che la scissione delle molecole in idrogeno e ossigeno è un processo altamente dispendioso di energia (se ne consuma più di quella ottenibile dall’idrogeno estratto).

Un’altra idea è venuta a un gruppo di ricercatori dell’Università di St Andrews, Gran Bretagna: utilizzare direttamente l’urina come carburante. Il team sta lavorando dal 2007 a una pila combustibile, e, nonostante il prototipo a oggi non riesca ad alimentare nemmeno una lampadina, gli studiosi sono dell’idea che potenziando la pila si arriverà ad alimentare radio o telefoni in aree isolate e remote. La pila è costituita da un elettrodo (catodo) a contatto con una piccola quantità di acqua, che libera ioni di idrossido, e da un secondo elettrodo (anodo) al quale vengono attratti gli ioni di idrossido. Sull’anodo essi reagiscono con l’urea e formano nitrogeni, anidride carbonica ed elettroni. Questi ultimi vengono incanalati su un circuito esterno e vengono riportati al catodo da cui era partito il processo.
Inoltre gli studiosi si stanno spingendo oltre, ipotizzando di utilizzare l’urina degli animali per generare corrente elettrica nelle fattorie.

Tuttavia ad oggi il problema principale è la qualità dell’urina. Di fatto serve quella particolarmente concentrata, e quindi si esclude tutta quella che prodotta in casa termina negli scarichi fognari. Infatti quando la stessa arriva all’impianto di trattamento essa è diluita, nonché contaminata da altre sostanze chimiche e microrganismi.
Ma qui interviene un’equipe dell’Università della Pennsylvania che stima la possibilità di ricavare energia partendo anche dai liquami, grazie a delle celle a combustibile microbiche, in grado di scomporre la materia organica contenuta nell’acqua.
A questo punto però il discorso si fa troppo complicato e quindi lasciamo che siano gli scienziati a comunicarci quando tirando lo sciacquone riusciremo ad accendere la luce.

Articolo dell’Ing. Roberta Lazzari

Fonti
www.focus.it
Internazionale n. 866 del 1° ottobre  2010, L’energia della pipì di Hazel, New Scientist, Gran Bretagna


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