Elettromagnetismo e impianti di telefonia, necessario intervento pubblico

In materia di impianti di comunicazioni elettroniche, i comuni, ai sensi dell’art. 8, ultimo comma, l. 36/2001 (legge quadro sulla protezione dalle esposizioni a campi elettrici, magnetici ed elettromagnetici), hanno un generale potere regolamentare che gli permette di fissare criteri localizzativi per assicurare il corretto insediamento urbanistico e territoriale degli impianti e minimizzare l’esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici.

Si tratta di una potestà regolamentare che, come rilevato da recente giurisprudenza (Consiglio di Stato, sez. VI, n. 9414/2010) deve tradursi in regole ragionevoli, motivate e certe, poste a presidio di interessi di rilievo pubblico, “ma non può tradursi in un generalizzato divieto di installazione in zone urbanistiche identificate”.
Una previsione di questo tenore, infatti, verrebbe praticamente a costituire “una inammissibile misura di carattere generale, sostanzialmente cautelativa rispetto alle emissioni derivanti dagli impianti di telefonia mobile, in contrasto con l’art. 4, l. n. 36 del 2001, che riserva alla competenza dello Stato la determinazione, con criteri unitari, dei limiti di esposizione, dei valori di attenzione e degli obiettivi di qualità, in base a parametri da applicarsi su tutto il territorio dello Stato”.

Cionondimeno, l’intervento dell’amministrazione comunale rimane imprescindibile nel settore in questione, perché non si può mai arrivare all’installazione di impianti di telefonia mobile senza il preventivo rilascio dei pertinenti titoli abilitativi pubblici.
Pertanto, come si legge nella sentenza citata, “la circostanza che una società telefonica abbia concluso un accordo con un privato per la localizzazione di un impianto di telefonia in un’area a quest’ultimo appartenente non esclude che il rapporto amministrativo con l’ente comunale, ai fini del rilascio del titolo abilitativo ad installare la stazione radio-base”.

A cura di Paolo Costantino e Primiano De Maria,
il presente articolo è tratto dal numero di febbraio 2011 de L’Ufficio Tecnico


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