Cave e Attività estrattive. Come conciliare in concreto Escavazione e Tutela del territorio?

Sulle attività di estrazione degli inerti e sulla gestione delle cave occorre realmente sviluppare una filiera virtuosa e sostenibile. Per essere valido, il recupero delle cave deve iniziare a monte di tutto il processo, ossia da una buona tecnica di coltivazione: da questo concetto non possono prescindere progettisti ed imprese del settore nell’ambito del loro lavoro per il reperimento della materia prima alla base del settore delle costruzioni. Queste le parole che sono state rivolte a operatori, amministratori e tecnici dall’assessore all’ambiente della Provincia di Lecco, Carlo Signorelli, nell’introduzione del convegno Cave & Recupero: la filiera virtuosa e sostenibile, che si è svolto presso la sede locale dell’ANCE.

Tra gli esempi virtuosi di buona coltivazione, l’assessore ha citato la cava di Valle Oscura nel Comune di Galbiate. Le geometrie di coltivazione adottate, infatti, consentono un riporto di terra costante dal ciglio al piede dei gradoni, coprendo totalmente la roccia sottostante ed offrendo un impatto visivo certamente migliore dei fronti alti e verticali. E proprio facendo di questo sistema un modello da seguire, l’assessore ha dichiarato che: “Si imposterà il nuovo Piano cave in fase di realizzazione, dando priorità al recupero ambientale nell’ottica di un ottimale inserimento paesaggistico, cercando sempre di trovare un compromesso fra l’esigenza del recupero della materia prima indispensabile per la nostra società e la compatibilità con il contesto territoriale”.

Attività estrattiva: esigenza per lo sviluppo con un occhio alla tutela dell’ambiente
Senza ghiaia, sabbia, pietre, come è possibile pensare di produrre cemento, calcestruzzo e asfalto per realizzare case, strade, edifici, opere civili e industriali di cui, in ogni caso, la stessa società fa richiesta alle nostre imprese?” Questa è la domanda che si è posto il presidente di ANCE Lecco, Mario Sangiorgio, che ha seguito l’intervento di Signorelli.

Partendo dal presupposto, dunque, che l’attività estrattiva sia un’esigenza per lo sviluppo del territorio, Sangiorgio ha sottolineato che programmare l’uso del territorio richiama, a monte, un’idea del territorio come risorsa: ciò significa creare le condizioni perché, partendo da questa visione, se ne stabilisca un uso “sostenibile” attraverso una filiera virtuosa che, partendo dall’escavazione, si chiude con il recupero e la restituzione del territorio alla comunità.
Occorre quindi mediare tra due esigenze. Quella produttiva con l’apertura di nuove cave per il reperimento di materia prima necessarie allo sviluppo del settore edile, ma con un occhio di riguardo alla tutela ambientale utilizzando metodi di coltivazione che favoriscano il successivo recupero.

Tra l’altro, nel ragionamento del presidente di ANCE Lecco, se rispetto alla situazione di altre province anche continue a Lecco (una su tutte: Bergamo), il Piano Cave della provincia sarà necessariamente di ridotte dimensioni, resta il fatto che costituisce per l’impresa un’opportunità importante, sotto l’aspetto di assicurare una reale autosufficienza al territorio e alle sue esigenze, secondo un principio che si potrebbe definire “a km zero”.

Un’idea: per il recupero ambientale, utilizzare le cave dismesse come centro di conferimento di terre e rocce da scavo
Questo il concetto che, sempre Sangiorgio, ha sviluppato. Secondo il presidente di ANCE Lecco, infatti, i siti cavati possono essere oggetto di un’ulteriore fase che, oltre a dare risposta ad un’altra esigenza importante delle imprese edili, contribuisce all’attuazione dello stesso progetto di recupero.
Sangiorgio si riferisce, in particolare, al conferimento di terre e rocce da scavo che si determinano per effetto delle attività di costruzione delle stesse imprese. Per esemplificare questo concetto è stato portato a esempio il recupero della cava Combi di Ballabio: un’area degradata e abbandonata dopo l’attività di scavo, bonificata e recuperata grazie ad un progetto di conferimento regolamentato di terre e rocce da scavo.

Conciliare attività estrattiva e tutela del territorio. Come fare in concreto?
La parete tecnica del convegno è stata tenuta dal prof. ing. Mauro Fornaro del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università degli Studi di Torino, e il geologo Maurizio Facchin.

Quando si parla di attività estrattiva occorre tener presente aspetti diversi: da un lato le comprovate necessità industriali e le possibilità di mantenimento e di crescita del benessere sociale; dall’altro la salvaguardia delle risorse future e quindi la effettiva e durevole valorizzazione delle riserve attuali. Ancora, la tutela dell’ambiente, volta a contenere e ridurre gli impatti dell’attività, ponendo altresì contestuale rimedio agli errori del passato. Infine la predisposizione di strumenti di pianificazione territoriale coerenti con le politiche economiche e le conseguenti scelte amministrative.

L’obiettivo deve essere quello della sostenibilità dell’attività mineraria sotto tutti gli aspetti: economico, produttivo, ambientale. I metodi e le tecnologie attuali lo consentono, sia nella fase di coltivazione che in quella di lavorazione e di trasporto.
Non basta scavare: un giacimento va coltivato. Non è un caso del resto che l’attività mineraria appartenga alle attività primarie, come l’agricoltura. Ma per coltivare correttamente un giacimento occorre avere ben in mente il progetto di recupero che si intende attuare. E un buon recupero ambientale richiede una buona pianificazione, una programmazione nel tempo di attività e investimenti, una buona progettazione e una corretta attuazione di quanto progettato. Solo così è possibile realmente parlare di recupero ambientale, ovvero di un insieme di operazioni finalizzate a mitigare o eliminare il degrado ambientale generato dall’opera/intervento portando, in alcuni casi, un miglioramento rispetto alle condizioni preesistenti.

Il recupero ambientale non va considerato una appendice alla coltivazione da “applicare” dopo l’intervento estrattivo, ma parte integrante dello stesso progetto di coltivazione, che deve avere inizio contestualmente allo scavo
Le nuove tecniche di coltivazione lo permettono. Occorre intervenire per evitare pendenze eccessive delle scarpate di coltivazioni, rigidità geometriche e altezze dei fronti di scavo. per questo si deve operare dando la massima varietà morfologica della superficie gradonata, attraverso altezze dei gradoni varie e contenute, eterogeneità laterale delle pedate, variabilità degli spessori di terreno riportata sulle pedate con utilizzo di specie autoctone di arbusti e alberi, riprofilatura delle alzate e invecchiamento artificiale della roccia.


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