Impronta ecologica: proposta di calcolo (parte I)
È giunto il momento che lo sviluppo sostenibile esca dai circoli ristretti dell’accademia e degli addetti ai lavori, dalle parole dei politici e decisori pubblici, per divenire una quotidiana e concreta realtà capace di incidere in modo efficace sullo sviluppo della nostra società. Tra gli addetti ai lavori è nota una metodologia, conosciuta come “impronta ecologica”, proposta nel 1990 dall’allora dottorando Mathis Wackernagel. Il successo riscosso da tale approccio consiste nell’avere reso facilmente comprensibili e comparabili i valori relativi all’impatto sull’ambiente dei diversi stili di vita.
Il dato dell’impronta ecologica può essere aggregato a diversi livelli, da quello individuale a quello di provincia, regione, nazione. Nella tabella 1 sono riportati, a titolo esemplificativo, le impronte ecologiche di alcuni stati nel mondo. I valori sono espressi in gHa per abitante. Questa unità di misura, definita ettari globali, è riferita alla superficie (generalmente considerando una media di tutti gli ecosistemi terrestri) necessaria a produrre ciò che consumiamo e a compensare le nostre emissioni (CO2, rifiuti, ecc.). Il confronto di questi valori con le quantità di suolo disponibili per
ogni abitante consente di valutare se si tratti di un sistema in deficit, in equilibrio o in surplus di risorse.

Esistono ulteriori evoluzioni di tale metodologia, che consentono di discriminare quali siano le emissioni legate ai consumi diretti, quali quelle legate alla produzione di beni destinati all’esportazione e di confrontarli con la capacità portante del territorio. In questo modo i vari sistemi (nazioni in genere) possono essere classificati secondo lo schema riportato in figura 1.

Il limite di tale metodologia è costituito dal fatto che per poter calcolare adeguatamente l’impronta ecologica, è richiesta una enorme mole di dati relativi agli stili di vita di una determinata comunità.
In questo articolo viene presentato un metodo per il calcolo di una impronta ecologica sintetica, basato sui dati relativi ai consumi di acqua, energia, suolo (urbanizzazione) e produzione di rifiuti. Il vantaggio consiste nell’utilizzare dati facilmente reperibili presso gli enti locali (consumo di suolo) e presso le multiutility (consumi di energia e acqua, produzione di rifiuti).
Il metodo e l’area di studio
Il metodo proposto, applicato a livello di territorio comunale, prevede la raccolta dei seguenti dati:
- popolazione residente,
- area totale,
- area urbanizzata,
- consumo annuo di gas/pro capite,
- consumo annuo di acqua/pro capite,
- produzione annua di rifiuti/pro capite.
La fase successiva consiste nella conversione di tali dati in una unica unità, rappresentata da una misura di superficie, secondo quanto proposto originariamente da Wackernagel (1992). I fattori di conversione adottati derivano in parte dalla metodologia originaria e sono in parte frutto di elaborazioni proposte nella metodologia descritta in questo articolo. In particolare per il consumo di acqua, la superficie è riferita all’area necessaria a generare un deflusso equivalente ai consumi stessi; considerando una media delle precipitazioni pari a 700 mm e un coefficiente di deflusso pari a 0,3, la superficie, espressa in ettari, necessaria a compensare un consumo di 30 mc/anno può essere determinata attraverso il seguente calcolo:
gHa acqua = (30/10)/(700*0,3) = 0,14286
Per i consumi di gas sono state calcolate le superfici necessarie a fissare la CO2 generata dalla combustione, secondo quanto previsto nella metodologia standard.
Le aree urbanizzate (pro capite) sono state moltiplicate per un fattore 3; tale fattore è stato stimato sulla base dei consumi energetici legati all’urbanizzazione e alla manutenzione delle opere, e alla irreversibilità di tale tipo di destinazione d’uso.
La produzione di rifiuti infine è stata calcolata considerando sia la compensazione delle emissioni di gas serra e di effluenti, sia l’area occupata dai siti di smaltimento.
Considerando un contenuto idrico del Rsu pari al 35% ed una percentuale del 40% di carbonio organico, si ottiene una produzione di 0,95 t di CO2 per tonnellata di Rsu. Per semplicità di calcolo non ci si è addentrati in valutazioni relative al processo di smaltimento degli Rsu (combustione o discarica), o alla quota di raccolta differenziata.
La metodologia proposta è stato applicata ad alcuni comuni del territorio di pianura della provincia di Bologna. L’applicazione completa della metodologia è limitata a 13 comuni, in quanto, per questi territori, erano disponibili anche i dati relativi alla produzione di rifiuti.
Un’applicazione parziale del metodo, con esclusione dei dati relativi ai rifiuti, è stata tuttavia condotta su un comprensorio più vasto, che comprende 20 comuni della pianura bolognese.
Articolo di Ivan Tani e Ciro Gardi
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