Gestione del processo edilizio: l’intesa tra Ance e Università per il nuovo corso di laurea
La preparazione dei tecnici laureati nel campo delle costruzioni si qualifica, nel nostro paese, con un taglio formativo alternativamente basato sul sapere critico (facoltà di architettura) o sul sapere analitico e computazionale (facoltà di ingegneria). Tutte le figure di tecnici che escono da questi corsi di laurea, pur possedendo spesso un bagaglio culturale di considerevole spessore nei rispettivi ambiti di studio, si rendono presto conto del fatto che manca loro la conoscenza delle pratiche gestionali e la dimestichezza con le procedure e che tali conoscenze sono spesso più importanti, al fine del buon esito del progetto edilizio, della formazione critico-culturale o metodologico-strumentale ricevute durante gli studi.
L’istituzione di un nuovo corso di laurea, mirato alla preparazione di un tecnico laureato capace di svolgere funzioni gestionali e di controllo procedurale dell’intero processo di progettazione e produzione dei manufatti edilizi, è stata sancita grazie ad un Protocollo d’intesa sottoscritto recentemente dall’AFM-Ance e dalle Facoltà di ingegneria ed architettura italiane.
Il raggiungimento di questo accordo tra l’AFM-Ance e le università per l’avvio, fin dal prossimo anno accademico, di corsi di laurea triennale per tecnico della produzione edilizia (classi di laurea: L23, L7, L17, LM23, LM24) è frutto di un lavoro preparatorio lungo ed impegnativo, svoltosi negli ultimi due anni.
Università e mondo imprenditoriale hanno formalizzato questo progetto di laurea con la firma di un primo protocollo di intesa avvenuta il 2 ottobre 2009, a Verona. In quell’occasione si è tenuto un convegno, organizzato in concomitanza col salone Marmomacc-Fiera di Verona dall’Istituto di architettura dell’Università di Venezia e moderato da Aldo Norsa, nel quale i rappresentanti delle conferenze dei presidi e dell’ANCE hanno reso ufficiale l’accordo che prevede di avviare la costituzione dei corsi, con la redazione dei piani di studio, la definizione dei contenuti formativi e l’organizzazione delle attività di specializzazione e praticantato (queste ultime ritenute fattore qualificante dell’intera proposta didattica).
Le indicazioni, contenute in quel protocollo, sui contenuti e sull’organizzazione delle lauree, inserite in un quadro di collaborazione tra imprese ed atenei e rivolto alla finalizzazione operativa del corso di studi, sono state oggetto di una stipula definitiva (firmata dal presidente Ance Paolo Buzzetti, da Maurizio Chiarinelli, dai rappresentanti delle conferenze dei presidi di architettura ed ingegneria Vito Cardone e Rocco Curto) durante un incontro-simposio tenutosi a Roma, presso l’auditorium Ance, il 29 aprile scorso.
L’incontro, che ha sancito l’accordo che avvia i corsi fin dal prossimo anno accademico, è stato anche l’occasione per sviluppare un dibattito sullo stato attuale dell’attività edificatoria in Italia e sulle prospettive, opportunità e criticità che questa attualmente presenta.
Si è da parte di tutti rilevata l’esigenza di una rinnovata cultura della gestione e del controllo dei processi di realizzazione delle opere edili (non soltanto quelle pubbliche), esigenza che viene espressa dalle imprese ma che soprattutto si presenta con particolari criticità all’interno delle pubbliche amministrazioni, che hanno visto ormai da molti anni assottigliarsi la presenza al proprio interno di figure capaci di governare l’intero percorso diattuativo delle opere, dal contratto al cantiere.
La presenza di figure professionali capaci di operare sull’intero arco del processo edilizio (dalla preparazione delle gare, alla scelta dei tecnici, alla valutazione dei rischi e delle risorse, dei ribassi e dei contratti) è ancora molto marginale nel nostro paese. La domanda di una formazione orientata verso una cultura traversale del progetto di ingegneria ed architettura, se da un lato coprirebbe una esigenza di imprese e pubbliche amministrazioni del tutto inevasa nel nostro panorama nazionale, dall’altro si scontra con un blocco complessivo delle proposte formative universitarie, che la politica nazionale vede come un costo da abbattere (ignorando in tal modo gli effetti secondari di inefficienza procedurale che questo produce in un secondo momento sul mercato e sulla collettività).
La strada delle convenzioni e degli accordi, mirati ad avviare esperienze di trasferimento di saperi tra università e mondo imprenditoriale, sembra attualmente (in attesa di tempi migliori per le nostre istituzioni universitarie) l’unica prospettiva praticabile per introdurre prassi innovative di ricerca e produzione.
Articolo di Luca Gullì
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