Pro e contro del riscaldamento e raffrescamento a pavimento
Sicuramente antiestetici e spesso ingombranti, i termosifoni o caloriferi tradizionali vedono sempre meno spazio nelle moderne progettazioni di edifici. Riscaldare gli ambienti dal basso non è una scoperta ma piuttosto una riscoperta.
Gli antichi romani misero a punto una raffinata tecnica costruttiva composta da un pavimento rialzato e intercapedini murarie perimetrali nelle quali circolava l'aria calda prodotta da un focolare posto nei locali inferiori dell'edificio. Ai giorni nostri una delle prime applicazioni moderne di questo principio si trova nella cattedrale di Lodi, restaurata nel 1965.
I sistemi moderni si possono quindi definire innovativi più che altro per la scelta dei materiali, per l’affidabilità e la gestione termica.
La bassa temperatura di esercizio (29-35 °C) permette di evitare eccessive dilatazioni termiche e fastidi circolatori, le serpentine vengono realizzate con tubazioni più leggere e affidabili, la coibentazione è efficiente e la gestione elettronica ottimizza il rendimento termico.
Si prospettano quindi dei costi nel medio lungo termine sicuramente inferiori, e le bollette di chi ha una casa con pannelli radianti a pavimento ne sono una dimostrazione.
Ovviamente ci sono anche alcuni nei:
- il costo di installazione è superiore rispetto ad un sistema di riscaldamento tradizionale;
- il pavimento deve essere realizzato in materiali conduttivi e alcuni rivestimenti non sono indicati;
- in caso di guasto alle serpentine oppure nel caso si desideri modificare l'impianto occorre rimuovere la porzione di pavimentazione interessata.
Il pavimento radiante può essere anche una valida alternativa in fase di rafrrescamento, salvo che in questo caso occorre avere un buon sistema di deumidificazione dell’ambiente se non si desidera la formazione di condense. Con i pavimenti radianti in fase di raffrescamento si evitano i famosi getti d’aria fredda causa di molti dolori (passare da +30 °C esterni a un ambiente +22 °C con l’aggravante del getto d’aria non è mai sinonimo di comfort).
Ma tutte queste innovazioni o ammodernamento di tecnologie già in essere secoli fa, devono come sempre essere disciplinati e progettati a regola d’arte.
Nei vari forum che spesso ho piacere di leggere circa i sistemi di condizionamento (caldo freddo) da scegliere si fa riferimento ad abitazioni.
Ora, in casa propria nessuno mette in dubbio che sia piacevole camminare a piedi scalzi d’inverno senza battere i denti, piuttosto che non girare con la sciarpa in estate per fronteggiare i mal di gola. Tuttavia mi pongo nella situazione peggiore, ovvero negli ambienti terziari, uffici, dove spesso e volentieri coesistono persone i cui standard di comfort sono diversi.
Attualmente quello che mi capita sovente di vedere è gente che si porta via il cambio, ovvero magliette leggere per l’inverno e scarpe chiuse per l’estate, con tanto di calzini.
Il problema è all’uscita dagli uffici. Anche gli sbalzi termici cui siamo soggetti da dentro a fuori non fanno certo parte di quello che si definisce comfort.
La mia non vuole essere una critica verso la ricerca per progettare e creare ambienti in cui si sta bene, vuole piuttosto essere una riflessione sul fatto che ogni edificio e’ fatto da un ingresso/uscita che permette a chi ci sta dentro di comunicare con il mondo esterno. Quindi andare a creare delle oasi nel deserto e’ possibile, ma occorre che siano compatibili con lo stesso deserto che le ospita.
Articolo dell’Ing. Roberta Lazzari
Fonti:
http://www.artechint.com/
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