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Quando la taglia fa la differenza

Quando la taglia fa la differenza

Qualche mese fa siamo stati bombardati dall'immagine di alcuni orsi polari in balia delle onde nel mare di Chukchi in Alaska, a quasi cento chilometri dalle coste, dopo che i ghiacci si erano letteralmente sciolti sotto di loro.

La colpa è stata subito imputata ai cambiamenti climatici, cui stiamo assistendo negli ultimi anni, ovvero le variazioni a livello globale del clima della Terra. Essi riguardano tutti i parametri metereologici: temperatura massima e minima, precipitazioni, nuvolosità, temperature degli oceani, ecc.
Oltre alle cause naturali, il fattore umano sta incidendo notevolmente sulla rapidità con cui tali variazioni stanno avendo luogo.
Spesso in modo non del tutto appropriato si associano i termini “cambiamenti climatici” e  “riscaldamento globale”.
Lo United Nation Framework Convencion of Climate Change (UNFCCC) sottolinea la distinzione tra mutamenti climatici, ovvero i cambiamenti prodotti dall'uomo, e variabilità climatica, di origine esclusivamente naturale.

Kaustuv Roy, biologo dell'Università della California, in un articolo su Science, focalizza l'attenzione sulla risposta degli animali al riscaldamento terrestre: la riduzione della loro massa. In particolare si ripercorre il ragionamento di Bergmann e di Allen.
Nello specifico:
- Legge di Bergamm (o legge sulle dimensioni degli animali): le specie più grandi vivono in climi più freddi, mentre le specie loro affini più piccole vivono in climi più caldi, questo perché in un ambiente a clima freddo il minor rapporto tra superficie e volume fa diminuire la dispersione del calore, mentre gli animali con grande superficie ma piccolo volume si adattano meglio agli ambienti più caldi vista la loro migliore attitudine a dissipare calore;
- Legge di Allen (o legge della proporzione): i mammiferi dei climi freddi hanno appendici (orecchi, arti, coda) più piccole.



Recenti studi dei ricercatori della Isola di Hirta (Arcipelago St. Kilda – Scozia) dimostrano che esiste una chiara relazione tra le dimensioni degli animali e i cambiamenti climatici.
Vent'anni di studi hanno dimostrato come una razza di pecore molto grande aveva più possibilità di sopravvivere agli inverni rigidi degli anni '80. Ma gli ultimi inverni caldi hanno favorito gli animali di piccola stazza.
La dimensione dei merluzzi bianchi, diminuita nell'ultimo decennio, invece ha come causa principale l'uomo. L'eccessiva pesca ha portato quasi alla scomparsa della razza di merluzzi di Terranova. La risposta biologica di tali pesci all'assalto dei mari da parte dell'uomo è stata la diminuzione della loro grandezza. Anche in questo caso si può quindi parlare di conseguenza ad un mutamento climatico.

L'uomo infatti è l'ultimo degli agenti climatici importanti, avendo impattato l'ambiente relativamente da poco tempo, anche se in maniera significativa e repentina. La sua influenza iniziò con la deforestazione dei boschi al fine di aumentare la superficie coltivabile e i pascoli per il bestiame, fino a giungere all'industrializzazione e la conseguente produzione di gas serra: anidride carbonica dalle industrie e dai mezzi di trasporto e metano dagli allevamenti intensivi e dalle risaie. In tal modo il contributo umano all'effetto serra naturale è divenuto predominante rispetto agli altri agenti, e ancora non si riesce a calcolare il suo contributo al riscaldamento globale.

Forse la risposta sta proprio sotto i nostri occhi, osservando gli animali che ci circondano.

Articolo dell'ing. Roberta Lazzari

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2 commenti per "Quando la taglia fa la differenza", lascia anche il tuo

  1. Dott. Giuseppe Negrari il 13/11/2008 09:43 Apprezzo il tentativo ingegneristico di comprendere i meccanismi evolutivi biologici, ma - come penso il biologo citato abbia inteso - il problema fondamentale di tali meccanismi è la loro dimensione temporale, che non è assolutamente rapportabile alla velocità (incredibile, in paragone) dei cambiamenti climatici ormai in corso.
    Anche se essa fosse dell'ordine di qualche decina d'anni (e non meno, come certi ambienti scientifici sostengono), non si parla certo delle migliaia e migliaia d'anni necessari all'acquisizione genetica ereditaria prevista dai normali meccanismi evolutivi. Ecco la discrepanza: l'orso polare potrebbe "tentare" di "rimpicciolire", ma ... non farà assolutamente in tempo ad evitare l'estinzione.
    Tocca all'uomo bloccare ed invertire questo trend da lui innestato ed alimentato: solo lui ha tale possibilità, solo lui ha i mezzi per (finora) intervenire con la velocità che serve.
  2. Stefano il 05/02/2009 14:40 Dott. Negrari avrei voluto scrivere le stesse sue considerazioni. Mi trova perfettamente daccordo.
    La soluzione sembra tanto ovvia tanto apparantemente complessa.
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