Alla scoperta dell’alga energetica

L’articolo 2 del d.lgs. 387/2003  definisce le biomasse come la parte biodegradabile dei prodotti, rifiuti e residui provenienti dall’agricoltura (comprendente sostanze vegetali e animali) e dalla silvicoltura e dalle industrie connesse, nonché la parte biodegradabile dei rifiuti industriali e urbani.

I biocarburanti sono di conseguenza tutti i propellenti ottenuti in modo più o meno indiretto dalle biomasse (mais, soia, canna da zucchero, palma da olio, ecc.). Il biocarburante se da un lato ha il grosso vantaggio di derivare da una risorsa rinnovabile e pertanto non avere emissioni di gas serra, dall’altro ha lo svantaggio di rubare terreno agricolo per la produzione di carburante. Cibo contro carburante.
Per risolvere questo problema, i ricercatori hanno dirottato i loro esperimenti nella scoperta di altre colture in grado di fornire energia senza necessariamente usurpare spazio alle coltivazioni destinate all’alimentazione umana. Le alghe, selezionate e allevate in laboratorio, vengono trasferite in cilindri di plastica nei quali si immette anidride carbonica e acqua che, assieme all’effetto elettromagnetico dei raggi del sole, provocano la fotosintesi.
Un sistema di accrescimento algale è l’air-lift reactor (ALR), ovvero un reattore in cui le alghe in sospensione si spostano all’interno di un circuito triangolare e vengono irraggiate dal sole quando passano nel ramo obliquo. Una miscela di anidride carbonica all’8% viene iniettata in due punti in quantità diverse così da generare una spinta di Archimede e dar vita ad una circolazione naturale.
La fotosintesi ha una fase luminosa ed una oscura, per cui non c’è sempre bisogno di esposizione alla luce, ed è sufficiente che le alghe vengano illuminate “a turno”.
Una volta prodotta la biomassa questa viene centrifugata ed essiccata, pronta ad essere utilizzata.
Le alghe vengono viste come una produzione sicura e continua a differenza delle altre fonti rinnovabili rappresentate dal vento e dal sole.

Il 23 marzo 2009 a Venezia è stato presentato il progetto di una centrale bioelettrica da 40 MW, basata su un brevetto internazionale americano della Solena Group inc.. I promotori di tale progetto sono l’Autorità Portuale di Venezia e la società Enalg srl (fondatori della società eNave, che curerà la gestione dell’impianto). L’alga utilizzata è la Diatomea, un’alga autoctona della Laguna di Venezia, per la cui crescita e trasformazione sono necessari 10 ettari.
Il carburante ottenuto è funzionale per un particolare tipo di turbina, prodotta dalla General Electric. La biomassa, una volta essiccata, viene trattata con un’innovativa tecnologia al plasma, che si avvale di correnti gassose a temperatura elevata, così da produrre il carburante (miscela di idrogeno e monossido di carbonio) di alimentazione delle turbine della General Electric.
Al fine di rendere la centrale proposta ad impatto zero, il gas di scarico della turbina (anidride carbonica) viene immesso nuovamente nei bioconvertitori per nutrire le alghe. Il residuo (1%) di tutto il processo è costituito da silice naturale, sostanza utilizzabile per uso industriale e in edilizia.

La centrale bioelettrica costerà circa 200 milioni di euro e comporterà due anni di lavoro per la sua realizzazione. Essa si costituirà di due parti: una dedicata alla coltivazione delle alghe e una per trasformare la biomassa in elettricità. Tale centrale creerà inoltre circa 50 nuovi posti di lavoro.

Articolo dell’Ing. Roberta Lazzari


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